Alceste

Alceste

Alceste (italienische Version)
Tragedia, bzw. Tragédie-opéra in drei Akten

Libretto

Ranier' di Calzabigi

Uraufführung

26. Dezember 1767, Wien (Burgtheater)

Besetzung

ADMETOS, König von Thessalien (Tenor)
ALCESTE, seine Gemahlin (Sopran)
EUMELOS, deren Kind (Sopran)
ASPASIA, deren Kind (Sopran)
ISMENE, Alcestes Vertraute (Sopran)
HERAKLES (Bass)
DER OBERPRIESTER APOLLOS (Bass)
THANATOS, der Todesgott (Bass)
EUANDROS (Tenor)

Priester, Herolde, Volk, Geister und Unterwelt

Ort

Thessalien

Zeit

Mythische Zeit

Gluck, Christoph Willibald

Gluck, Christoph Willibald, Ritter von
2.7.1714 Erasbach, Oberpfalz - 15.11.1787 Wien


Bühnenwerke
mit Datum/Ort der Uraufführung:

Artaserse (26.12.1741 Milano)
Demetrio [Cleonice] (2.5.1742 Venezia)
Demofoonte (6.1.1743 Milano)
Il Tigrane (26.9.1743 Crema)
La Sofonisba [Siface] (13?.1.1744 Milano)
Ipermestra (21.11.1744 Venezia)
Poro (26.12.1744 Torino)
Ippolito [Fedra] (31.1.1745 Milano)
La caduta de' giganti (17?.1.1746 London)
Artamene (4.3.1746 London)
Le nozze d'Ercole e d'Ebe (29.6.1747 Pillnitz)
La Semiramide riconosciuta (14.5.1748 Wien)
La contesa de' numi (9.4?.1749 København)
Ezio (1750 Praha)
Issipile (1752 Praha)
La clemenza di Tito (4.11.1752 Napoli)
La cinesi (24.9.1754 Wien)
La danza (5.5.1755 Laxenburg)
L'innocenza giustificata (8.12.1755 Wien)
La vestale [rev. L'innocenza giustificata] (1768 Wien)
Antigono (9.2.1756 Roma )
Il rè pastore (8.12.1756 Wien)
La Fausse esclave (8.1.1758 Wien)
L'Île de Merlin, ou Le monde renversé (3.10.1758 Wien)
Le Cythère assiégée (1759 Wien)
Le Diable à quatre, ou La double métamorphose (28.5.1759 Laxenburg)
L'Arbre enchanté, ou Le tuteur dupé (3.10.1759 Wien)
L'Ivrogne corrigé [Der bekehrte Trunkenbold] (4?.1760 Wien)
Tetide (10.10.1760 Wien)
Le Cadi dupé [Der betrogene Kadi] (9.12.1761 Wien)
Orfeo ed Euridice (5.10.1762 Wien)
Il trionfo di Clelia (14.5.1763 Bologna)
Ezio [rev] (26.12.1763 Wien)
La Rencontre imprévue [Die unvermuthete Zusammenkunft, Les pèlerins de la Mecque]
(7.1.1764 Wien)
Il parnasso confuso (24.1.1765 Wien)
Il Telemaco, ossia L'isola di Circe (30.1.1765 Wien)
La corona (1765 np)
Il prologo (22.2.1767 Firenze)
Alceste (26?.12.1767 Wien)
Le Feste d'Apollo (24.8.1769 Parma)
Paride ed Elena (3.11.1770 Wien)
Iphigénie en Aulide (19.4.1774 Paris)
Le Cythère assiégée [rev] (8.1.1775 Paris)
Armide (23.9.1777 Paris)
Iphigénie en Tauride (18?.5.1779 Paris)
Echo et Narcisse (24.9.1779 Paris)
Echo et Narcisse [rev] (8.8.1780 Paris)
rev = Bearbeitung / np = keine Aufführung



ERSTER AKT
Vor Admetos' Palast. Ein Herold verkündet dem ängstlich harrenden Volk, das um das Leben seines Königs bangt, durch menschliche Hilfe könne Admetos nicht mehr gerettet werden. Die Königin Alkeste erscheint mit ihren beiden Knaben, dankt dem Volk für seine Teilnahme und bittet es, mit ihr vereint die Götter um Erbarmen anzuflehen.
Im Apollotempel bringt Alkeste ein Opfer dar und betet mit dem Volke. Da leuchtet das Bild des Gottes auf, und ein Orakel verkündet, das Leben des Königs könne gerettet werden, wenn ein anderer für ihn stürbe. Niemand erklärt sich dazu bereit. Die Menge entflieht, und Alkeste bleibt allein am Altar zurück. Sie will sich für den Gatten opfern, und der Oberpriester teilt ihr das Einverständnis der Götter mit ihrem Entschluss mit.

ZWEITER AKT
Im Palast des Königs. Das Volk umringt jubelnd den genesenden Herrscher. Auf die Frage, wer sich für ihn geopfert habe, rät man ihm, er solle sich des Lebens freuen, ohne danach zu forschen. Doch entgeht es ihm nicht, daß Alkeste bei aller Liebesseligkeit von heimlichern Kummer bedrückt ist. Auf sein inständiges Drängen gesteht sie ihm ihr Geheimnis. Admetos ist darüber verzweifelt, und da er das unerbittliche Opfer nicht abwenden kann, beschliesst er, mit der Gattin zu sterben.

DRITTER AKT
Vor dem Palast. Herakles ist von langer Wanderschaft zurückgekehrt und kehrt bei seinem Freunde Admetos ein. Als er Alkestes Schicksal vernimmt, erwächst in ihm der Entschluss, die Königin zu retten und sie den Göttern der Unterwelt zu entreissen.
Eingang zur Unterwelt. Alkeste, bereit ihr Gelübde zu erfüllen, naht dem Tartarus, wird aber von den Todesgöttern zurückgewiesen, da ihr Opfer erst nach Sonnenuntergang angenommen werde. Admetos tritt zu ihr, entschlossen, an ihrer Stelle zu sterben. Während beide auf ihrem Vorsatz beharren, erscheint mit einbrechender Dämmerung der Todesgott Thanatos, und seine Geister entführen Alkeste. Den ihr nachstürzenden Admetos hält Herakles zurück, indem er selbst in die Unterwelt eindringt, den Göttern in wildem Kampfe das Opfer entreisst und mit der befreiten Alkeste zurückkehrt. Apollo, auf einer Wolke erscheinend, vereint von neuem Admetos und Alkeste, und das herbeieilende Volk stimmt in den Jubel der liebenden Gatten ein.


--> Highlights
Alcestis
ACT I
Admetus (Admète), king of Thebes, is dying.
Apollo's oracle announces that Admetus can live if someone takes his place.
Alcestis (Alceste), the king's wife, offers herself to the underworld.

ACT II
Alcestis asks the gods if she can see her husband one more time.
The city celebrates as the king returns to health, but no one can understand why Alcestis weeps.
The truth slowly emerges and she bids farewell to life.

ACT III
Admetus implores his wife to renounce her pact, but she remains true to her word and dies. After yet more mourning Apollo is forced to revoke his oracle's pact and restores Alcestis to life, reuniting her with her husband.
--> Highlights
L’azione si svolge nella città di Fera, in Tessaglia. Il popolo è triste e angosciato per il misterioso male che sta uccidendo il re Admeto (“Ah di questo afflitto regno”). Spronati dalla regina Alceste e guidati dal Gran Sacerdote, tutti si recano al tempio di Apollo per offrire sacrifici. Ma la risposta dell’Oracolo è lapidaria e terribile: «Il re morrà, s’altri per lui non more». Tutti fuggono atterriti (“Che annunzio funesto”), tranne Alceste, che medita di sacrificare se stessa per amore del marito (“Ombre, larve”). Il secondo atto si apre in un’orrida selva, il luogo scelto da Alceste per offrirsi alle divinità degli inferi. I numi accolgono la sua offerta e acconsentono alla richiesta della regina di rivedere per un’ultima volta i suoi cari. L’azione si sposta quindi nel palazzo reale, dove si sta festeggiando la repentina guarigione di Admeto (“Dal lieto soggiorno”). Ogni gioia sparisce quando Alceste, dopo molte esitazioni, rivela all’incredulo consorte di aver sacrificato la propria vita per salvare la sua. Admeto, sconvolto, non vuole accettare lo scambio e intende tornare all’Oracolo per rifiutare l’offerta (“No, crudel”). Alceste dà il suo ultimo, struggente saluto ai due figli (“Figli, diletti figli!”). All’inizio del terzo atto Admeto comunica al fido Evandro che i numi non accettano che il re prenda il posto della sua sposa. L’ultimo, toccante addio tra Alceste e Admeto è interrotto dall’arrivo delle divinità infernali, che trascinano via la regina. Tutto il popolo intona un commosso lamento (“Piangi o patria!”). Ma mentre Admeto manifesta la volontà di morire per seguire la sua sposa, a stento trattenuto da Evandro e Ismene, un improvviso bagliore segnala l’arrivo del dio Apollo: gli dèi hanno avuto pietà del dolore di Admeto e del sacrificio di Alceste e Apollo rende la regina al suo consorte, ai figli e al popolo. L’opera si chiude con un coro di lode per la virtù di Alceste (“Regna a noi”).
--> Highlights

Personaggi:
ADMETO, Re di Fera in Tessaglia
ALCESTE, sua sposa
EUMELO e ASPASIA, loro figli
EVANDRO, confidente d'Admeto
ISMENE, confidente d'Alceste
Un BANDITORE
SOMMO SACERDOTE
APOLLO
L'ORACOLO
UN NUME INFERNALE

CORO
Cortigiani, cittadini, damigelle d'Alceste, sacerdoti d'Apollo, numi infernali



Intrada

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA
Gran piazza della città di Fera terminata dalla facciata del Real palazzo, con gran porta, e sopra di essa balcone praticabile.

BANDITORE
affaciandosi al verone
Popoli che dolenti
della sorte d'Admeto,
in lui piangente più il padre
che il regnante, udite;
È giunto per lui l'ultimo dì,
non ha soccorso, speme non ha;
d'inesorabil morte
preda ugualmente sono
nel tugurio i pastori,
i re sul trono.

POPOLO
Ah, di questo afflitto regno,
giusti dei, che mai sarà?

ISMENE, EVANDRO
Giusti dei, che mai sarà
Ah, per noi del ciel lo sdegno
peggior fulmine non ha.
No! No! peggior fulmine non ha.

POPOLO
Ah, di questo afflitto regno, ecc.


ISMENE
Infausta reggia
che immersa in gemito
di voci flebili risuonerà!
Patria infelice che un denso turbine
d'armi straniere circonderà!
Patria infelice, infausta reggia!

POPOLO
Ah, di questo afflitto regno, ecc.

Aria di Pantomime che esprime desolazione e lutto.

EVANDRO
Amorosi vassalli, oggi riceve
di tante sue virtù nel comun lutto
un giusto premio il nostro re,
ma invano per lui si piange:
alle preghiere, ai voti
non son propizii i Numi
Andiamo ai tempi
vittime e doni ad offrir;
si chieda un oracolo almeno,
almen si sappia in si grave periglio
se per noi v'è pietà, se v'è consiglio.

POPOLO, ISMENE, EVANDRO
Ah, di questo afflitto regno,ecc.

EVANDRO
Perché a tiranni ride serena
l'adulatrice felicità,
e i giusti gemono nella catena
d'inseparabile avversità?
Perché? Perché?


POPOLO, ISMENE, EVANDRO
Ah, di questo afflitto regno...


EVANDRO
Tacete:
ah, della reggia s'apron le porte.
Oh Dio' mi trema il cor:
mille funesti oggetti
mi dipinge il pensier.
Venite, andiamo la dolente regina
pietosi a consolar,
ma no, fermate, nel suo dolore oppressa
coi mesti figli suoi
viene ella stessa.

POPOLO
Misero Admeto, povera Alceste,
dolenti immagini, idee funeste
di duol, di lagrime e di pietà.
Chi fra gli amplessi
chi fra i lamenti
dei figli teneri, figli innocenti
l'afflitta madre consolerà?

ALCESTE
esce dal palazzo tenendo per mano i due suoi figli Eumelo ed Aspasia
Popoli di Tessaglia,
ah mai più giusto fu il vostro pianto;
a voi non men che a questi
innocenti fanciulli Admeto è padre.
lo perdo il caro sposo, e voi l'amato re.
La nostra sola speranza,
il nostro amor,
c'invola questo caso crudel,
né so chi prima in sì grave sciagura
a compianger m'appigli
del regno, di me stessa, o de' miei figli.
La pietà degli dei sola
ci resta d'implorare, d'ottener.
Verrò compagna alle vostre preghiere,
a' vostri sacrifizi avanti all'are
una misera madre, due bambini infelici,
tutto un popolo in pianto presenterò così.
Forse con questo spettacolo funesto,
in cui dolente gli affetti,
i voti suoi dichiara un regno,
placato alfin sarà del ciel lo sdegno.

lo non chiedo, eterni dei
tutto il ciel per me sereno.
Ma il mio duol consoli almeno,
qualche raggio di pietà.
Non comprende mali miei
né il terror che m'empie il petto,
chi di moglie il vivo affetto,
chi di madre il cor non ha.

EUMELO
Madre mia, lieti t'affliger così.
Madre, tu m'insegnasti, tel' rammenti…

ASPASIA
Bella madre, tu mi dicesti,
ti sovvien…

EUMELO, ASPASIA
… che son giusti gli dei,
che son clementi.

ALCESTE
Cari figli, del diletto sposo mio
ritratti espressi,
ah, correte a' dolci amplessi,
ah, stringetevi al mio sen!
Freddo ho il sangue in ogni vena
se a voi penso, oh figli amati!
Ah, di me più sventurati
non vi renda il fato almen.
Non comprende i mali miei, ecc.


POPOLO
Miseri figli! Povera Alceste!
Dolenti immagini, idee funeste, ecc.
Chi? Chi? l'afflitta madre consolerà?

ALCESTE
Non si perda, oh miei fidi,
l'ora in dolersi.
Insieme la clemenza de' numi
corriamo ad implorar.
Già si prepara per cenno mio
il sacro rito; io stessa a voi darò
l'esempio d'umilità, di rispetto.

POPOLO, ISMENE, EVANDRO
Al tempio! Al tempio!
Ah, di questo afflitto regno, ecc.
Ah, per noi del ciel lo sdegno, ecc.



SCENA II
Il tempio di Apollo, con ara s statua del Nume. Il Sommo Sacerdote, sacerdoti e sacerdotesse intorno all'ara. Il popolo si accalca nell'interno del tempio.


SOMMO SACERDOTE
Dilegua il nero turbine
clue Freme al trono intorno.

CORO
Dilegua il nero turbine
che freme al trono intorno.

SOMMO SACERDOTE
Oh fa ritrato, Apolline,
col chiaro tuo splendor.

CORO
Sai che ramingo ed esule
t'accolse Admeto un giorno …


SOMMO SACERDOTE
...che dell'Anfriso al margine
tu fosti il suo pastor.
Sospendete, oh ministri,
il sacrifizio e le preghiere;
al tempio la regina s'avanza:
alla dolente devota pompa
esser vorrà presente.

Entra il seguito della Regina co' doni per il Nume, e s'alloga il Popolo co' sacerdoti a diritta e a sinistra.

ALCESTE
vicina all'ara
Nume, eterno, immortal,
se col tuo sguardo
che de' nostri pensieri scopre i segreti,
in me finor trovasti puro cor,
caste voglie, innocenza e pietà:
se ogni mia sorte da te conobbi,
e se il tuo culto, e questa immagin tua
mai fu da me negletta,
l'offerte, i voti miei benigno accetta.

CORO
Dilegua il nero turbine, ecc.
Oh fa ritrato, ecc.

SOMMO SACERDOTE
I tuoi preghi, oh regina, i doni tuoi
propizio oltre l'usato Apollo accoglie.
A cento segni espressi
già presente io l'affermo.
Ecco che invaso dal suo sacro furor
quel che ragiono oltrepassa il mortale.
Ecco si spande odor celeste,
al simulacro intorno
arde un cerchio di luce.
Ah, già son pieni questi archi
e queste mura della mente del Nume,
i suoi decreti ei stesso detterà.
L'altare ondeggia,
il tripode vacilla,
si sentite il suol,
rimbomba il tempio!
Oh genti, in rispetto, in timore
tacete, udite, e tu deponi, Alceste,
l'orgoglio del diadema;
piega a terra la fronte,
ascolta e trema.

L'ORACOLO
dalla bocca del Nume
Il re morrà
s'altrui per lui non more.

CORO
Che annunzio funesto
di nuovo terrore!
Fuggiamo, fuggiamo
da questo soggiorno d'orrore.


Fuggono tutti dal tempio. Alceste è rimasta solo con i figli.

ALCESTE
Ove son, che ascoltai!
Morrà lo sposo...
Misero Admeto! Prence infelice!
Ove trovar chi voglia
per prolungarti i giorni,
sé stesso e i giorni suoi porre in oblio?
V'è chi t'ami a tal segno?
Ah! vi son io!
Già tutta alla mia mente luminosa
si mostra la grande idea.
Già di sublime ardire mi s'empie il cor.
Chi tanto di me, del mio volere
signor si rende? Ah!
Lo conosco il nume,
il nume in me si muove.
Egli m'inspira il sacrifizio illustre.
Ei vuol che Alceste
un magnanimo esempio oggi assicuri
alle spose fedeli a' dì futuri.
Ombre, larve, compagne di morte,
non vi chiedo, non voglio pietà.
Se vi tolgo l'amato consorte,
v'abbandono una sposa fedel;
non mi lagno di questa mia sorte,
questo cambio non chiamo crudel.
Ombre, larve, compagne di morte,
non v'offendi sì giusta pietà.
Forza ignota che in petto mi sento,
m'avvalora, mi sprona al cimento,
di me stessa più grande mi fa.

Ismene ed Evandro accorrono.


EVANDRO
Ah, t'affretta, oh regina,
in brevi istanti Admeto non vivrà:
l'orror di morte già gli corre sul volto.
Almen rivegga la dolce sposa.

ISMENE
Alceste, ah corri, ah non tardar!
Di te richiede, te chiama il re.
Morir si sente, e seco
la sua sposa non vede,
non trova i figli;
ha sempre sulle labbra il tuo nome
e gira intorno gli occhi gravi
e languenti di te cercando.

ALCESTE
Omai l'atto grande s'adempia!


EVANDRO
Dai numi, ah ben lo sai!
Non v'è più che sperar.
Vieni t'abbracci l'infelice tuo sposo
un'altra volta ancor.
Vada alla tomba con quel dolce
conforto più lieto almen.
Che più gli resta in queste
sue mortali agonie?

ALCESTE
con maestà e risolutezza
Gli resta Alceste.


Alceste parte in fretta co' figli.
Sacerdoti e cittadini circondono Evandro ed Ismene.


DUE CITTADINI
E non s'offerse alcuno?
… E alcuno ancora non si presenta?

ISMENE
È vana questa speranza.


EVANDRO
Ognuno ama se stesso, …

ISMENE
… ama la vita.

ALTRE VOCI
E come...
… i vecchi padri...
… e i figli...
… ei congiunti…
… e le spose …
… amati oggetti,
… amorosi così, …
… teneri tanto, …


TUTTI
… in lutto abbandonar,
lasciare in pianto?

VOCI
Non ho cor,…
… non mi sento tanta virtù.
Tremo in pensarlo.
Oh giorno infausto troppo!
E la regina?
E Alceste?

ISMENE
Corre al consorte...

EVANDRO
Partì. Ah non resiste
misero al suo dolore.

ISMENE
… anche per lei ci rimane
a tremare.

VOCI
Oh Alceste!
Oh Admeto!
Giusto re!
Dolce padre!
Ah non lagnarti
d'un popolo fedel,…
… non incolparlo di finto amor,…
… di menzognera fede.

TUTTI
Troppo domanda il ciel,
troppo ci chiede, troppo ci chiede.
Chi serve e chi regna
è nato alle pene;
il colmo del bene
il trono non è.
I pianti vi sono,
le cure, gli affetti,
gli affanni e i sospetti -
tiranni de' re.

Partono tutti da diverse parti.

ATTO SECONDO


SCENA PRIMA
Oscura e folta selva sacra agli Dei infernali. Notte.
Entra Alceste con Ismene.


ISMENE
Ferma. Perché abbandoni
il tuo sposo spirante,
i figli in pianto, la reggia in lutto?
In questi solitari ritiri d'avide belve,
il piede come ardisci inoltrar?
Con qual disegno?
Per qual vana speranza?
E vuoii lasciarti tanto
in preda al dolor?

ALCESTE
T'accheta e parti.

ISMENE
Ma dove andrai? Già l'ombre sue
dispiega la cheta notte.
Ignote sono a noi queste selve:
un culto antico sacre le rende,
ognuno ne paventa l'accesso.
Ah! se fra tanto che qui
senza consiglio errando vai,
che privo di te, del tuo soccorso
lasci lo sposo tuo, morte l'invola?


ALCESTE
Non parti?


ISMENE
Ubbidirò.

ALCESTE
Lasciami sola.

ISMENE
Parto, ma senti! Senti, oh Dio!
Di te che mai sarà!
Alceste, ah, per pieta,
parla, rispondi, parla!
Mi fa tremar il core
quel che non sai celar,
ma più mi fa tremar
quel che m'ascondi.

ALCESTE
Non parti?

ISMENE
Parto, oh Dio!
Mi fa tremar il core, etc.


Parte.

ALCESTE
Partì, sola restai.
Teneri affetti,
maganimi pensieri,
eccovi in libertà.
Ma dove sono,
in qual parte m'aggiro,
dove incauta m'inoltro?
Ah, qual paura spirano queste piante!
In qual profonda caliginosa notte
mi veggo immersa!
Un cheto, alto silenzio ingombra
la tenebrosa selva, ove non odo
vento alcun che sussurri,
fronda scossa che tremi,
eco che plori.
Sol questi muti orrori
interrompe talor lugubre suono
d'acqua che fa le rupi
urta e si frange,
e di notturno augel che rauco piange.
E fra tanti spaventi
io respiro infelice.
Ah, mentre in vita mi serba
amor che vive in me,
s'affretti il glorioso cimento.
Assistetemi, oh numi,
ecco il momento.
Tu tiranno dell'ombre,
tu signor dell'abisso,
e voi di Lete e voi di Flegetonte,
implacabili dei che avete il trono
in quelle ignote al sol chiostre funeste,
chiamo voi, parlo a voi.

NUME INFERNALE
Che chiedi, Alceste?

ALCESTE
Chi mi parla? Chi rispondo?
Si veggono comparire nel fondo del bosco alcuni spettri luminosi.
Ah, che veggo? Ah, che spavento!
Ove fuggo, ove tm'ascondo,
ardo, gelo, e il core io sento
venir meno oppresso in seno
con un lento palpitar.
Non ho voce, non ho pianto,
manco, moro, e in tanta pena,
il vigor mi resta appena
per dolermi e per tremar.


NUME INFERNALE
E vuoi morire, oh misera,
quando di gioventù
t'adorna il fiore?
Troppo ti lasci opprimere
in dura servitù da un cieco amore.

ALCESTE
Lo so, numi, lo so,
ma forse intanto spira il mio ben,
forse fra' labbri suoi
cogli ultimi singulti
si confonde il mio nome.
Ah no, si salvi, viva l'amato Admeto,
e Alceste adempia i decreti del ciel,
vittima illustre d'amor e fedeltà.
Numi d'Averno, udite
il voto mio tremendo e sacro.
A voi, per il mio sposo,
io mi consacro.

NUME INFERNALE
Dunque vieni.
Dunque vieni, la morte t'accetta,
e di Lete ti mostri il sentier.
Già ti chiama, ti sgrida,
t'affretta, t'affretta
dalla sponda l'antico,
l'antico nocchier.
Vieni, la morte t'accetta,
già ti chiama.
Vieni, ti sgrida, t'affretta
dalla sponda l'antico,
l'antico nocchier.


ALCESTE
Uditemi, fermate! Ah, troppo,
oh numi, siete pronti a' voti miei!
Il caso mio è degno di pietà.
Soffrite almeno che una moglie,
una madre, dal consorte, da' figli
abbia un amplesso,
prenda l'ultimo addio.

NUME INFERNALE
Ti sia concesso.

ALCESTE
Non vi turbate, no,
pietosi dei,
se a voi m'involerò
qualche momento.
Anche senza il rigor
de' voti miei,
io morirò d'amor
e di contento.



SCENA 2
Camera interiore del palazzo. I cortigiani celebrono l'inaspettato ristabilimento d'Admeto.

CORTIGIANI
Dal lieto soggiorno funesti pensieri
fuggite, volate, volate, fuggite.
Al trono d'intorno ridenti piaceri
venite, tornate, venite, tornate.

Ballo

EVANDRO
Or che morte suo furore
porta altrove e il lutto e i pianti,
che più belle son le stelle
e per noi giran più liete:
voi che amico avete amore,
vaghe spose, accesi amanti,
d'odorose fresche rose
coronatevi e godete.


Ballo

ADMETO
Da qual letargo, Evandro,
mi risveglio in un punto,
e qual portento alla tomba m'invola!
Ancor ingombra d'immagini di morte
la mente mi vacilla; ad altri oggetti
rivolgersi non osa l'attonito pensier;
sospeso ancora in un dubbio molesto,
non so troppo se sogno o se son desto.

EVANDRO
Ah, respira, mio re. Giorni felici
ti promette la sorte.
Idee più liete nell'anima raccogli;
pensa a goder. Del nostro amore
è dono la vita che t'avanza;
il nostro pianto dal ciel l'ottenne;
alcun di tuoi più cari l'oracolo adempi.

ADMETO
Come! Che ascolto!
Che disse il nume?

EVANDRO
Il re morrà se un altro
non muor per lui…


ADMETO
Barbara legge! E credi...

EVANDRO
Sì! Risorgi e in un momento.
Effetto non è questo del caso,
non d'umano soccorso;
opra è del ciel.
Vi fu, signor,
chi a morte per te s'offerse;
il dubitarne è vano.


ADMETO
Oh troppo ingiusto, oh strano
voler de' numi!
Oh sacrifizio illustre
d'un amico fedel!
Merita, Evandro,
più d'ogni altro la vita,
chi così ne fa dono.
E a chi son io di tanto debitor?

EVANDRO
Non è palese.

ADMETO
E Alceste? E la mia sposa?
Ov'è? Che fa?
Perché non viene ancora meco a goder
di queste contentezze improvvise?

EVANDRO
Eccoti Alceste.

ADMETO
Adorata consorte, e pur di nuovo
ti riveggo, son teco, son tuo,
ti stringo al sen.
Per te penoso m'era il morir;
per la diletta Alceste
amo tanto la vita.
I cari figli così mi serbi il ciel,
com'io sol bramo
nel nostro dolce laccio
passarne i giorni, e poi
morirti in braccio.

ALCESTE
(Misera! che dirò?)


ADMETO
Non mi rispondi!
Così mesta m'accogli!
Ogni timore cessò pure per me.
Serena il ciglio, è tempo di goder.
Nuovi portenti la tua presenza
in me produce. Il raggio de' tuoi
lumi amorosi in sen mi desta
un dolce ardor che mi ravviva.
È dono de' sommi dei, se questa
fragil spoglia mortale ancor mi resta,
ma il piacer della vita
è don d'Alceste.

ALCESTE
(Oh momento! Oh dolor!)


ADMETO
Sposa! ben mio!
Ma perché non m'abbracci?
Ma perché non mi parli?
Ah perché non quelle lagrime
m'avveleni il mio contento?
Perché? Perché?
Dunque io godo un sol momento
e poi sempre ho da soffrir.
Idol mio!

ALCESTE
Mancar mi sento.

ADMETO
Non rispondi.

ALCESTE
Ah che martir!

ADMETO
Uno sguardo...


ALCESTE
E senza piangere!

ADMETO
Un amplesso…

ALCESTE
Oh Dio, l'estremo!

ADMETO
Ah, m'ascolta...

ALCESTE
lo gelo, io tremo.

ADMETO
Parla almen...

ALCESTE
Che posso dir!

ADMETO
E mia pena il tuo tormento,
sei mia speme e mio tesoro.

ALCESTE
(Mille volte io così moro
pria di giungere a morir.)


ADMETO
Consorte! Alceste! E perché più palese
a me non è tutto il tuo core?
A parte perché più non son io
de' tuoi contenti, delle tue pene?

ALCESTE
Ah, la fedel tua sposa non affliger così!
Tu vivi! e al mondo altri non v'è
che più ne goda,
e v'abbia di me parte miglior.


ADMETO
Ma perché tanto dunque t'affanni?


ALCESTE
Oh Dio! Non curar di saperlo.

ADMETO
Altri perigli minacce il cielo?
Ah, mi conservi Alceste, e poi tutto
si sfoghi in me lo sdegno suo!
M'ami?

ALCESTE
Se t'amo!
Lo san gli dei, lo sa il mio cor.
T'adoro, t'adorerò,
La tomba il mio pudico affetto
estinguer non potrà. L'anima mia
seco trarrà nel fortunato Eliso
questo tenero amor.
Per la tua vita, mille vite io darei.


ADMETO
E i cari figli?

ALCESTE
Non ti turbar, son salvi i figli.


ADMETO
E come, temer puoi che la sorte
che ci ride felice ancor si cangi?
Vivo: sei mia: son salvi i figli,
e piangi!


ALCESTE
Ma non sai?
Ma t'è ignoto,
come Apollo parlò?

ADMETO
Lo so; t'intendo;
v'è chi more per me.
Senti, io comprendo
del magnanimo voto
la sublime virtù.
Tuo sposo
appresi il prezzo della vita;
un sì gran dono avanza ogni mercé!
Ma se t'è noto quest'eroe,
questo amico,
questo benefattor, scoprilo:
io giuro che eterno in questi lidi
il suo nome vivrà; che alla sua sposa,
a' genitori, a' figli,
padre, figlio, consorte sempre sarò;
che dopo te, mia vita, la miglior parte
avranno di tutti i miei pensieri
e del cor mio. Parla.

ALCESTE
Oh dei!

ADMETO
Piangi?

ALCESTE
Ah sposo!

ADMETO
E ben!

ALCESTE
Son io.


ISMENE, EVANDRO
Santi numi del ciel!

ADMETO
Tu, come! Alceste! Tu stessa!
Oh colpo atroce! O nero giorno!
Oh! d'una cieca mente, misero error!
Tu m'ami e te non ami,
e a segno di morir, di lasciarmi,
di privarmi di te.
Che mai facesti!
Io quando mai ti chiesi
questa prova d'amor!
Quando? Rispondi, parla,
stracciami il cor!
Ma dove, oh Dio, dietro al dolor
mi guida disperato pensier?
No, che non tanto degli umani deliri
si fa ministro del ciel.
Sei mia;
non puoi dispor di te
s'io nol consento; il primo, e di moglie,
e di madre sacro dover t'obbliga a me;
ma quando a quel voto crudel
t'abbia sospinta la tirannia
di fregolato affetto,
non vivrò; vano è il dono;
io non l'accetto.

ALCESTE
Sposo, non v'è più tempo.
I voti miei son scritti in cielo.
Il tuo presente stato
lo palesa abbastanza,
e mai più chiaro il dio parlò.

ADMETO
No; sempre oscuro e sempre
misterioso risponde.
Io volo al tempio a interrogar di nuovo
l'oracolo fallace.
Il mio rifiuto saprà la terra.
lo voglio che conosca, che apprenda
che non curano i numi innocenza
e virtù; che si fan giuoco
de' mortali infelici.
In questo stato più riguardi
non ho colla ragione. Perdo il timor.
Da tanti fulmini atroci
e in si brev'ora oppresso,
odio il cielo, odio il mondo,
odio me stesso.


No, crudel, non posso vivere,
tu lo sai, senza di te.
Non mi salvi, ma m'uccidi
se da me così dividi
la più viva, la più tenera,
cara parte del mio cor.
E un sì barbaro abbandono,
e l'orror d'un tale addio,
virtù credi e chiami amor!
Nel tiranno affanno mio
ogni morte, oh numi, è un dono:
d'una vita così misera
peggior sorte, oh Dio, non v'è!
No, crudel, ecc.


Parte e seco Evandro.

ALCESTE
Oh tenerezza! Oh amore!
degni d'altra fortuna
e troppo presto estinti!
Ah, già s'avanza il momento fatale!
Ad ora, ad ora, illanguidir mi sento,
mi sento indebolir.
M'abbaglia il giorno,
mi s'aggrava il respiro,
un fuoco intorno consumandomi va.
Diletta Ismene, amorose compagne,
negli estremi momenti
assistemi aancora.
A me togliete queste misere pompe:
a me recate le ghirlande, i profumi,
l'ultime offerte mie abbiano i numi.

ISMENE
Oh, come rapida nel suo bel fiore
la vita amabile per te fuggì!

CORTIGIANI
Oh, come rapida
la vita amabile per te fuggì!

ISMENE
Qua! rosa tenera che in sull'albore
gelido Borea inaridi!

CORTIGIANI
Oh, come rapida, ecc.

ISMENE
E il cor non mi si spezza!
E il nostro affanno, la tua pietà,
la tua virtù non scema
l'ingiustizia del cieI.

ALCESTE
T'accheta: i numi a torto accusi;
Alceste offendi. Io stessa
volontaria m'offersi, e la mia morte
è pieta, non rigor.
Gli amati figli, fa che vengano a me.
Fra tante pene abbia qualche contento
nel stringerIi al petto
una madre che more.
E voi frattanto meco a' numi porgete
i voti, e le preghiere, e non piangete.


ISMENE
Così bella!

CORTIGIANI
Così giovane! Così casta! Così rara!
Crudel preda a morte avara,
giusti dei, perché sarà?

ISMENE
Quel bel volto e quel bel riso...

CORTIGIANI
Lo splendor di que' bei lumi…
Ah perché, ah perché, pietosi numi,
sempre a noi s'asconderà?

ALCESTE
s'accosta all'ara, e brucia de' profumi.
Vesta, tu che fosti e sei
tutelar mio primo nume,
per tuoi figli i figli miei,
deh, ricevi in questo dì.
Ed in te trovino allora
ch'io sarò fredd'ombra errante,
una madre così amante
come quella che morì.

TUTTI
Oh come rapida nel suo bel fiore, ecc.

ALCESTE
Oh casto, oh caro nuzial mio letto,
mia dolce cura, mio solo affetto,
finché da queste stelle funeste
volle difendermi
pietoso il ciel,
se un'altra accogli sposa novella,
sarà più cara, sarà più bella
della tua misera estinta Alceste:
ma non più tenera, né più fedel.


ISMENE
Così bella, così giovane,
dar se stessa in braccio a morte.

ALCESTE, ISMENE
Fra i lamenti, fra le lagrime,
e de' figli, e del consorte…

TUTTI
Non v'è sorte, oh Dio, più barbara,
non v'è affanno più crudel.

ISMENE
Regina, ecco i tuoi figli.

ALCESTE
Amati pegni del pudico amor mio,
teneri figli, abbracciate la madre!
Ah, forse questi i nostri
sono ultimi baci!
Invano mi lusingai d'esser felice
un giorno nel vedervi felici!
Arder le tede io non vedrò,
ne' vostri lieti imenei:
non udirò la Grecia vantar
le vostre glorie e le vostre virtù.
Che crudel sorte per una madre!
Il sen m'inonda il pianto,
l'impeto de' sospiri
mi soffoga gli accenti,
ed all'aspetto di sì fiero destin,
di tanti affanni, timorosa, smarrita,
par che l'anima mia fugga la vita.

EUMELO
Ah, mia diletta madre!
Oh Dio, mi baci e piangi!
E vuoi lasciarmi
e parli di morir.


ASPASIA
Ah, madre amata!
Oh Dio! m'abbracci,
mia madre, e sospiri!
E abbandonarmi vuoi.

EUMELO, ASPASIA
Miseri noi!

ALCESTE
Figli, diletti figli! Oh Dio!
Purtroppo ho da morire.
Invano v'affollate al mio seno
e mi stringete colle braccia amorose.
Oh come presto
questi nodi soavi sciolti saran!
Quella pietà, quel pianto
più giovarmi inon può …
Venite, andiamo al genitore:
a Iui vi fidi, a lui
la moribonda madre vi raccomandi almen…
Ma … qual m'assale
nuovo atroce pensier
che in ogni vena un ribrezzo mortale
scorrer mi fa!
Piangete, ah sì,
piangete, innocenti fanciulli!
Io v'abbandono con incerte speranze
ad un amor ch'esser potrebbe spento
col volgere degli anni...
Eccovi servi a una madre -
ah, qual madre! - madre solo di nome.
Eccovi esposti all'invidia, a' sospetti,
agli odi, a tanti di regno, e gelosia
ciechi consigli.
Non avete più madre,
amati figli!


Ah, per questo già stanco mio core
sono, oh cari bambini amorosi,
tanti dardi que' languidi sguardi
che girate si teneri a me!
Già vi sento turbarmi i riposi
quando afflitti, smarriti, dolenti,
voi direte: "Ah la madre dov'è,
ah la madre, ah la madre morì.''
È il più fiero di tutti i tormenti,
Io staccarsi da' dolci suoi figli,
e lasciarli fra tanti perigli,
e lasciarli nel pianto così.

TUTTI
Oh, come rapida nel suo bel fiore
la vita amabile per te fuggì! ecc.


ATTO TERZO
Vestibulo magnifico del palazzo.

ADMETO
Misero! E che farò!
E come, e come e con qual cor
i figli abbraccerò;
che in tanto suo rigor
mi serba in vita ancor
la barbara pietà del ciel tiranno!
Misero! E con qual cor
io li consolerò,
che mai risponderò
quando, bagnati in lagrime,
la madre al genitor
rammenteranno!
La madre - ah, che dolor! -
mi chiederanno.

No, sì atroce costanza
a tanta pena non trovo in me:
nel presagirla io sento
inorridirmi il cor.
In quale abisso dal sommo de' contenti
caddi in un dì.
Voi m'invidiaste, oh numi, la mia felicità!
Troppo il mio stato era simile al vostro
col possesso d'Alceste!
E intanto, oh Dio!
come potrò vederla spirarmi in braccio,
e de' begli occhi suoi adombrarsi la luce,
e in quel bel volto, e in quel bel sen
freddo spiegarsi e nero il livido di morte!
Ah già veloce fugge il momento
e questa ame si appresta scena d'orror.
Misero me! Che veggo! Eccola!
Oh vista! Oh crudeltà! S'avanza
vacillante, languente,
e ha seco i figli,
e viene agli ultimi congedi la mia -
Ah non più mia! Fedel consorte...
Oh Alceste, oh figli,
oh divisione, oli morte!

ALCESTE
Sposo, Admeto, idol mio!
Ecco il momento che da te mi divide
e che le nostre amabili catene
scioglie per sempre.
Intorno a me sdegnosa
gira l'ombra di morte
che il ferro stringe, alza la destra,
e accenna vibrare il fatal colpo.
In breve Alceste, gelida spoglia
in freddo marmo ascosa,
non sarà più madre, regina e sposa.
Vieni dunque, e ricevi dalla man della sposa
questi che a te confida, pegni diletti,
e prendi l'ultimo addio.

ADMETO
L'ultimo!

ALCESTE
Ah! … sì.

ADMETO
Mi sento da una piena d'affanni
sconvolto il core!

ALCESTE
Aspasia, Eumelo,
oh care parti di questo seno!
Pensate a me, venite
sovente alla mia tomba,
ornatela di fiori.
(Ombra amorosa vi girerò d'intorno.)
E della vostra povera madre
il memorabil voto, la fedeltà, l'amore
rammentate talvolta al genitore...
Cari figli, ah! non piangete;
tutto il suo tenero affetto
vi promette il genitor.

ADMETO
Cari figli, ah, voi sarete
il conforto, ed il diletto
soli voi di questo cor!

ALCESTE
Ti consola, oh sposo amato!

ADMETO
Troppo è barbaro il mio fato!


ALCESTE, ADMETO
Ah mio bene! In tal momento
sol m'affanna il tuo dolor!

ADMETO
Che acerbo tormento
che strazio, che morte,
la dolce consorte
vedersi rapir.
L'esempio son io
di quanto si possa
da un misero, oh Dio!
Vivendo soffrir.
Numi, amici, ah chi m'aita!

ALCESTE
Sposo, figli, ah mentre è in vita,
abbracciate Alceste ancor.

ADMETO, ISMENE, EVANDRO
Ma qual suono di voci tremende,
qual caligine involta di tenebre
ci sorprende, ci copre d'orror'

ADMETO
Quant'ombre di terribile aspetto!
Che avverrà! Oh sposa!

EVANDRO
Quante larve di sembianza
feroce e minacciosa!

ISMENE
Che vorranno?

EUMELO, ASPASIA
Ah madre!


NUMI INFERNALI
Vieni Alceste; il tuo voto rammenta;
mai la Parca sospese sì lenta
il severo suo fiero rigor.

ALCESTE
Ahimè! Chi mi riscuote!
Chi mi scioglie
da quella stupidezza di sensi
in cui languivo priva d'ogni dolor
tranquilla e muta.
Qual gente mi circonda!
Ah, son perduta!

NUMI INFERNALI
Perché ti trattieni!
Sei vittima a Dite.

ADMETO
Fermatevi: udite, saziatevi, oh dei,
e seco rapite un sposo amoroso,
che senza di lei, no, più non vivrà.

NUMI INFERNALI
Non è più permesso,
non v'è più pietà.

ADMETO
Ma almeno un istante …


ALCESTE
Ma ancora un amplesso …

NUMI INFERNALI
Non è più permesso,
non v'è più pietà.

UN NUME
Vieni!

ADMETO
Ah barbari!

NUME
Affrena, temerario mortale,
lo sconsigliato ardir che ti trasporta.

ALCESTE
Figlio, addio!
Sposo, addio!

ADMETO
Moro!

ALCESTE
Son morta.

Alceste è portata via dai Numi infernali.
Adimeto cade tramortito ed è condotto dentro.


UNA VOCE
Mori?

UN' ALTRA VOCE
Non vive più.

EVANDRO
Fra quelle larve s'ascose,
ci disparve.

ISMENE
Io gelo di terror.

EVANDRO
Io tremo di spavento.

ISMENE, EVANDRO
Oh noi dolenti!
Chi ci soccorrerà?
Chi ci cenforta?

CORTIGIANI
Piangi, oh patria, oh Tessaglia,
è morta Alceste!

VOCI LONTANE
Piangi, oh patria, oh Tessaglia,
Alceste è morta!

ISMENE
Alceste è morta! Ahimè!
Mai fine il pianto avrà
che queste bagnerà,
spiagge funeste!

CORTIGIANI
Piangi, oh patria, ecc.

EVANDRO
Morte trionfa
e altera il vanto di beltà,
l'esempio d'onestà,
seco sen porta.

CORTIGIANI
Piangi, oli patria, ecc.

ISMENE, EVANDRO
Ogni virtù più bella
con lei da noi partì:
punirci, ah voi così,
numi, voleste!

CORTIGIANI
Piangi, oh patria, ecc.

Admeto entra con seguito di cortigiani che lo circonda per disarmarlo.

ADMETO
Lasciatemi, crudeli,
in van sperate impedirmi il morir:
s'oppone invano a miei disegni il cielo.
È morta Alceste; e la vita
diventa un supplizio per me.
Come potrei di queste odiose mura
l'aspetto sopportar!
Girar lo sguardo, né più vederla!
Andar volgendo il passo,
e incontrar dappertutto
solitudine e lutto! …
Ah! Chi mi toglie di sottrarmi
morendo a un destino sì rio,
è il peggior dei viventi,
e l'odio mio.

ISMENE
Ah signore!

EVANDRO
Ah mio re!

ADMETO
Scostati: taci:
lasciami, per pietà.


ISMENE
Ma questo regno...

EVANDRO
Ma questi figli...


ADMETO
Ismene, Evandro, oh Dio!
di straziarmi cessate …
io non ho in mente,
non ho in core altri che AIceste,
e voglio riunirmi con lei.

Comincia a vedersi lume in aria.

ISMENE
Ma qual fiammeggia improvviso balen?

EVANDRO
Qual ampio lume le nubi accende?

ADMETO
Ah, nella tomba istessa
coll'adorata sposa chiuso io sarò
la seguirò fedele nel soggiorno felice
ch'a' giusti, ed agli eroi
il ciel riserva.

EVANDRO
Ferma ...

ISMENE
Aspetta …

ADMETO
Che fu?

EVANDRO
Rimira …

ISMENE
Osserva …


ADMETO
Che prodigi son questi?

ISMENE
Ah, un nume!

EVANDRO
Un nume fra noi discende,
e sembra che tutti i rai
del sol si tragga appresso.

ADMETO
Stupisco.

ISMENE, EVANDRO
Mi conforto.

ADMETO
È Apollo!

ISMENE, EVANDRO
È desso!

Apollo in nuvola luminosa; AIceste chiusa in un gruppo di nuvole.

APOLLO
Admeto, in cielo ancora
il tuo misero affanno
destò pietà. Della fedel
tua sposa il magnanimo voto
piacque agli dei.
Son degni due sì teneri
amanti d'una sorte migliore.
In terra un giorno
se m'accogliesti,
il maggior premio ottieni
che dal favor celeste
sperar possa un mortal:
ti rendo Alceste.


ADMETO
Ah, mia vita!

ALCESTE
Alt, mio ben!

ADMETO
Vivi!

ALCESTE
T'abbraccio!

ADMETO
Oh portento!

ALCESTE
Oh stupore!

ADMETO
Oh me felice!

ALCESTE
Oh cari figli! Oh diletto consorte!
E pur di nuovo tutti vi stringo al seno.

ADMETO
Oh ciel pietoso!
Oh benefico nume! Oh fausto dì!
Festeggi l'inaspettato evento
il regno mio;
s'appresti solenne sacrifizio,
e i primi, oh cara, pensieri tuoi,
i primi voti miei,
in sì lieta fortuna
abbian gli dei.


CORTIGIANI
Regna a noi con lieta sorte,
donna eccelsa, a cui sul trotto
altra donna ugual non fu.
Bella e casta, e saggia e forte:
tutte in te congiunte sono
le bellezze e le virtù …

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